L’affresco in questione si trova sopra l’altare maggiore della Chiesa parrocchiale, costruita a partire dal 1895 su progetto dell’ing. Carlo Barberi, con i lavori diretti da Amadio Giovanardi, sotto il parroco don Gaetano Masinelli e l’arcivescovo Mons. Carlo Maria Borgognoni; dal 1897 il  parroco diventa don Emilio Morselli. L’affresco viene fatto risalire alla seconda metà del XIX secolo, opera di Fermo Forti da Carpi. Tra i documenti della chiesa del 1898 si citano alcune opere della erigenda chiesa, ancora incompiute, fra le quali l’immagine del patrono, San Biagio. Si presume quindi che l’affresco fosse già previsto nei progetti del 1895, e di fatto realizzato nell’ultimo anno del secolo o nei primi del Novecento. La chiesa venne aperta al culto nel 1899, anche se incompleta, e inaugurata in pompa magna solo nel 1903, in presenza dell’arcivescovo Natale Bruni.

San Biagio è raffigurato all’interno di una chiesa che ha più le sembianze di un tempio, suggestione che viene richiamata grazie al particolare pavimento a scacchi. Il pavimento a scacchi bianco e nero fu presente nei templi fin dai tempi dell’antico Egitto. Più che un semplice elemento decorativo, esso porta con sé un profondo significato esoterico, tant’è che viene oggigiorno identificato come “massonico”.

Il santo viene raffigurato a figura intera e a grandezza naturale in abiti vescovili, con casula di colore rosso porpora su camice bianco. Con il braccio destro sostiene il pastorale, mentre le mani sorreggono un libro aperto. Il volto, caratterizzato da una folta barba bianca, è particolarmente espressivo ed è rivolto al cielo, come a rivolgere le sue preghiere a Dio prima di compiere un miracolo (miracolo del bambino che stava soffocando con una spina di pesce). In cielo vediamo una serie di angeli seduti sulle nuvole, mentre al centro vediamo le nubi diradarsi grazie a una particolare fonte luminosa proveniente dall’alto (luce divina). Sul pavimento notiamo inoltre i pettini, simbolo del martirio e della tortura subita dai suoi persecutori, i quali, prima di giustiziarlo, gli lacerarono la pelle con questi pettini di ferro.

A differenza di altre composizioni, nelle quali vediamo San Biagio raffigurato solitamente nell’atto del martirio, questa pala d’altare raffigura il momento prima di un miracolo, il momento più intimo attraverso il quale San Biagio affida le proprie preghiere a Cristo Signore, il che rende l’opera un unicum nella storia dell’iconografia del Santo.

Il dipinto è inserito all’interno di un’edicola in marmo rosso e bianco caratterizzata da due lesene a fusto liscio poggianti su di una struttura lapidea (riferimento alla lapide di San Biagio) e con capitello corinzio. La parte superiore è costituita da una terminazione a timpano coronato da una croce latina in marmo. L’intera struttura decorativa (presente anche in corrispondenza delle statue nelle cappelle laterali) richiama i finti elementi marmorei o in stucco presenti all’esterno delle cattedrali del Nord Italia.

FOTO

  1. Fermo Forti, San Biagio, 1899-1903
  2. Zona absidale con altare maggiore e altare mobile
  3. Particolare dell’altare mobile
  4. Navata centrale con vista altare, anni ’90
  5. Navata centrale con vista absidale e edicole, 1943, Archivio Galloni, Comune di Maranello
  6. Navata centrale con vista absidale, 1955, Archivio Galloni, Comune di Maranello

Fermo Forti (altre opere)

Fermo Forti nacque il 3 febbraio 1839 a Cibeno, nell’attuale città di Carpi.

L’attività del padre Giuseppe, abile capomastro muratore, facilitò la professione artistica e gli studi di Fermo Forti.

Forti frequentò la scuola di disegno di Carpi e successivamente, dal 1857, passò all’Accademia Atestina di belle arti di Modena.

L’Accademia modenese, a quel tempo diretta da Adeodato Malatesta, proponeva l’osservazione e lo studio di opere appartenenti alla corrente del Verismo, senza tralasciare l’arte locale del passato, in particolare del Seicento modenese.

Grazie agli insegnamenti di figura, paesaggio, scultura e architettura, Forti sviluppò significativi interessi verso la ritrattistica e la pittura religiosa, influenzata principalmente dall’attività di Guido Reni e dalla grande tradizione ornamentale veneta del Settecento.

L’artista si dedicò inoltre allo studio della scultura, nonché a quello della scenografia, che lo condurrà alla padronanza della tecnica della quadratura, strumento indispensabile per la decorazione delle vaste superfici di interni sia civili che religiosi, che caratterizzeranno parte della sua attività artistica. 

Le prime opere furono i saggi presentati ai concorsi indetti dall’Accademia modenese come  il quadro a olio “La Vecchia filatrice”, copia dal Malatesta, conservato al Museo civico di Carpi.

Al 1862 circa risalgono le decorazioni per il casino Paltrinieri a Quartirolo di Carpi nelle quali sono raffigurati soggetti bucolici, tratti da antiche pitture, uniti allo studio del vero.

Del 1866 è la prima opera di scultura di Forti, una statua in terracotta rappresentante “Flora”, ora conservata al Museo civico di Carpi, di chiaro influsso classicheggiante, commissionata per il giardino pubblico di Carpi.

A partire dal 1880 circa, Fermo Forti iniziò la propria attività di decoratore di edifici sacri, partecipando a cantieri di restauro o di progettazione di nuovi luoghi di culto, in particolar modo a Carpi nella seconda metà dell’Ottocento, sotto la guida dell’architetto A. Sammarini. 

Nel 1874 Forti iniziò questa attività insieme all’ornatista L. Rossi e il figurista A. Lugli, partendo dalla complessa decorazione in stile neorinascimentale della cinquecentesca cattedrale di Carpi, terminata nel 1893.

In questa grandiosa opera, Forti concentrò la sua pittura nelle parti centrali della chiesa e in particolare:

Cupola: dipinto raffigurante “l’Assunzione della Vergine”

Medaglioni laterali: raffigurazioni di vari Santi

Pennacchi: figure monumentali di Evangelisti

Alla base dei piloni della cupola sono presenti le grandi statue in terracotta dei Santi protettori di Carpi.

Di matrice neosettecentesca risulta invece la decorazione per la chiesa di S. Nicolò a Carpi compiuta dal maestro Forti tra il 1874 e il 1879.

Egli dipinse le grandiose composizioni con la “Gloria dei martiri di Gorkum” nella calotta del transetto di destra, le “Virtù teologali” nelle finte cupole della navata centrale, i “Profeti” e gli “Apostoli” nei pennacchi.

Nel 1875 sappiamo con precisione che  fu attivo a Modena nella chiesa di S. Vincenzo e, l’anno successivo, nella chiesa di S. Agostino dove dipinse la volta raffigurante San Geminiano, Patrono di Modena, che salva la città dalla minaccia dei Francesi guidati da Carlo d’Amboise (avvenimento che risale al 1511) e la pone sotto la protezione della Madonna.

Altre opere grandiose realizzate dal maestro Forti tra il 1880 e il 1900 sono attestate nella parrocchiale di Magreta, nella cappella della Madonna della Rondine in S. Adriano di Spilamberto (1884-88), nella parrocchiale di Guiglia dedicata a San Geminiano e nella chiesa di S. Francesco a Modena (1886). 

Nel 1888 ebbe l’incarico di eseguire, insieme al maestro G. Migliorini, la nuova decorazione dell’abside centrale del Duomo di Modena.

Per tale opera venne utilizzato il finto mosaico, e venne preso come modello di riferimento il mosaico di I. Torriti realizzato alla fine del XIII secolo per l’abside della basilica di S. Maria Maggiore a Roma. 

Il 1890 è caratterizzato da un’attività intensa per l’artista, il quale realizzò nell’arco di un solo anno, un grande numero di decorazioni.

Sono attestate, in particolare, le decorazioni interne per l’abbazia di S. Silvestro a Nonantola (ora distrutte), per le parrocchiali di Medolla, Saliceto Buzzalino di Campogalliano, Fossa di Concordia, Vignola, Samone, Montale di Castelnuovo; per la chiesa di S. Giuseppe Calasanzio a Fanano e per la chiesa di S. Maria delle Grazie a Modena.

All’inizio del nuovo secolo eseguì la pala per l’altare maggiore della chiesa di S. Silvestro a Fanano e le decorazioni murali per la parrocchiale di Rocca Malatina. In quest’utima chiesa è presente anche una tela del maestro Forti, raffigurante l’Assunzione della Vergine e Angeli, e due statue dedicate ai Ss. Pietro e Paolo.

Inoltre eseguì tutte le decorazioni per la parrocchiale di Portile e, a Spilamberto, eseguì la teatrale composizione con il Trionfo della Fede situata nella zona absidale.

Oltre alle sopracitate imprese religiose, Fermo Forti fu impegnato anche in numerose imprese artistiche di carattere civile, tra le quali la decorazione esterna, in chiave neosettecentesca, della villa Benassi già Meloni in Santa Croce di Carpi (1876), la decorazione interna, in stile neorinascimentale del palazzo Boncompagni Ludovisi di Vignola (1880 ca) e, nel 1890, la decorazione neoclassica della sala da ricevimento nel palazzo Montecuccoli degli Erri di Modena. 

Forti operò anche in campo teatrale e, in particolare, per il Teatro Storchi di Modena, del quale decorò gli ambienti interni nel 1889. Tra i tanti riconoscimenti ufficiali si ricorda, nel 1888, la nomina come “accademico per la classe di pittura presso l’istituto di belle arti di Modena”, mentre nel 1899 fu nominato effettivo della Commissione municipale di storia patria e belle arti di Carpi. A Carpi fu anche consigliere e assessore comunale. 

Fermo Forti morì a Carpi il 24 febbraio 1911. La vedova, Giovannina Chicchi, fece eseguire, in memoria del marito, un monumento funebre in marmo conservato nella cattedrale di Carpi.


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